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La malinconia felice

  Sembrerebbe la solita contraddizione in termini. Come può essere una malinconia felice? Il termine malinconia significa di per sé un atteggiamento dell’anima triste e infelice. Eppure talvolta nelle vicende umane anche l’inverosimile è vero.
Infatti, Valentina aveva un’espressione costante di felicità incompleta, soffusa di qualcosa d’indecifrabile, come se fosse affetta da dispepsia, per cui sorrideva con dei crampi allo stomaco. In sostanza era perennemente malinconica, ma allo stesso tempo sorridente.
Era innamorata di due uomini ed era fidanzata con entrambi senza che l’uno sapesse dell’altro.
Nel passato era stata con un ragazzo, ma poi l’aveva lasciato essendosi accorta di provare per lui l’affetto di una sorella.
Aveva avuto un altro amore, ma questo era finito tragicamente poiché il poveretto era morto in un incidente stradale.
Si era innamorata di un ragazzo argentino, ma la lontananza aveva fatto spegnere l’interesse così com’era nato.
Poi alla fine, quando le pareva d’aver trovato l’uomo della sua vita, aveva scoperto che era sposato, aveva due figli e l’aveva ingannata.
Quest’ultima delusione era stata proprio tragica perché Valentina si fidava ciecamente di lui. Erano stati insieme per due anni.
Le pareva una persona splendida, onesta, leale, e invece si era imbattuta in un perfetto mascalzone.
Infatti, un’amica lo aveva incontrato in compagnia della moglie e dei figli e glielo aveva riferito.
Quando Valentina gli aveva chiesto spiegazioni, tutto ciò che aveva risposto era stato: - Chi te l’ha detto? Quella deficiente di mia moglie? - Dopo di che aveva bloccato la comunicazione.
Valentina aveva intuito che si era fatto scoprire di proposito per indurla a lasciarlo.
Da quel momento la rabbia aveva accompagnato la sua esistenza, una voglia di vendicarsi di tutto e di tutti.
Era vissuta impegnandosi al massimo nel lavoro, ricavandone soddisfazioni e introiti considerevoli e aveva cominciato ad assumere quell’atteggiamento felice e soddisfatto che però era sempre soffuso di mestizia. Come se non fosse perfettamente realizzata poiché la sua piena realizzazione sarebbe stata avere un marito e dei figli, insieme al lavoro di commercialista che era l’unico ad appagarla completamente.
Ogni tanto si commiserava e si considerava una mentecatta, una donna perduta che, per vendicarsi degli uomini, adesso ne ingannava due contemporaneamente.
Sì, perché aveva due fidanzati che non le avevano fatto nulla di male, anzi si erano sempre dimostrati innamorati e affettuosi.
Mauro era un impiegato di banca, alto e magro, con una grave forma di strabismo. Era innamoratissimo di Valentina e più volte le aveva ripetuto di non capire come una ragazza così bella potesse volere un tipo goffo e insulso come lui. Infatti, il poveretto era proprio brutto, con le pupille diametralmente opposte.
L’altro, Attilio, era un uomo maturo, brizzolato e tracagnotto. Era divorziato e aveva lasciato la moglie per i begli occhi di Valentina.
Dunque Mauro non sapeva di Attilio e viceversa. Valentina invece provava una soddisfazione perversa a ingannare entrambi.
Ogni tanto rifletteva che la vendetta è una bevanda amara, ma non le importava e continuava a prendere in giro Mauro facendo finta di volergli bene e a riservare ad Attilio attenzioni particolari fingendo d’amarlo perdutamente.
Non si era mai concessa completamente né all’uno né all’altro e li faceva spasimare affermando di non sentirsi pronta. Nel passato era stata a letto con tutti gli altri suoi fidanzati, principalmente con l’uomo che non sapeva essere sposato, da cui aveva sperato di avere un figlio.
Adesso il non concedersi la faceva sentire forte e desiderata, padrona di se stessa e dominatrice. Ma era felice? Pareva di sì, ma a guardarla attentamente si scorgeva nei suoi lineamenti un’amarezza struggente, una malinconia inconfessata.
Aveva raggiunto i quarant’anni e questa vita di donna libera, ricca, bella e desiderata la appagava, ma non completamente. Difatti guardava con desiderio i bambini delle amiche e pensava che forse lei non ne avrebbe mai avuto uno. Poi rifletteva che forse era meglio così poiché ricordava la sua infanzia infelice e segnata da un’esperienza tremenda: era divenuta muta dagli otto ai quattordici anni. Questo perché suo padre, appassionato cacciatore, aveva per errore lasciato partire un colpo di fucile che l’aveva colpita di striscio a una spalla. Aveva riportato una brutta ferita e il terrore l’aveva privata della parola.
Da quel giorno, suo padre aveva fatto un lento declino.
Quel padre che era stato il suo bene più grande, il suo idolo. Aveva cominciato a vederlo morire lentamente mentre lei non riusciva più a parlare. Invece avrebbe voluto gridargli che non le importava niente di non poter articolare le parole perché aveva lui che era tutto il suo mondo, il suo papà che la guardava con un amore profondo in cui si leggeva il rimorso che lo consumava.
Il padre era morto quando lei aveva tredici anni. Quello strazio e quella disperazione avevano fatto comparire sul suo viso una mestizia disincantata. Aveva assunto un’espressione distaccata come se stesse sempre guardando lontano.
Poi, a quattordici anni, si era innamorata di un ragazzo crudele che la prendeva in giro per la sua menomazione.
Aveva conosciuto per la prima volta la rabbia e il bisogno di dirgli in faccia che faceva schifo. Glielo aveva gridato e così era riuscita a parlare dopo sei anni di silenzio.
Nel mese d’aprile, aveva detto ai suoi fidanzati di dover partire per partecipare a un convegno di Economia aziendale. Durante quel viaggio conobbe un collega commercialista. Era bellissimo, alto, affascinante, con un sorriso smagliante e due occhi ammaliatori. Si erano piaciuti subito ed erano finiti a letto in men che non si dica. Dopo il convegno si erano salutati ripromettendosi di sentirsi e di rivedersi. Al contrario lui non l’aveva più chiamata e ne aveva perse completamente le tracce.
Nel mese di giugno, Valentina si accorse d’essere incinta. In un primo tempo si era disperata, ma poi rifletté che un bambo è sempre e comunque una benedizione del cielo. Come diceva Goethe: “Anche sui sassi della nostra vita può nascere qualcosa di buono.”
Lasciò entrambi i fidanzati e si tenne il bambino. Quando nacque, Valentina si accorse che le somigliava moltissimo. Quella creatura le dava una gioia sconosciuta, le procurava una tenerezza profonda. Divenne lo scopo della sua vita, ma l’espressione di malinconia felice non abbandonò mai più il suo viso.
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